Il Futuro del Lavoro

Uomo vs Macchina?

“Solo in piccola parte il lavoro si crea e si distrugge, la maggior parte del lavoro si trasforma”

Nel marzo del 1964 la rivista tedesca Der Spiegel intitolava “Automazione in Germania, l’arrivo dei robot”. La copertina era molto più esplicita del titolo: un robot a quattro braccia impegnato a produrre automobili e che allo stesso tempo caccia (con un calcio) un lavoratore in carne ed ossa. Quattordici anni dopo il titolo era “La rivoluzione dei computer. Come il progresso conduce alla disoccupazione”, anche in questo caso l’immagine era quella del classico robot di ferro, per l’occasione con solo due braccia. Nel 2016 lo stesso messaggio ma con uno spazio per la pars costruens: “Sei licenziato! Come computer e robot ci portano via il lavoro e quali professioni saranno ancora salve domani”. L’immagine? Sempre la stessa, passano gli anni ma la creatività sembra stagnare. Da ultimo una copertina del maggio scorso, questa volta dell’Economist, che titola “The great jobs boom”.

Francesco Seghezzi

Francesco Seghezzi

Presidente di Fondazione ADAPT e assegnista di ricerca presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Responsabile della comunicazione e delle relazioni esterne di ADAPT e Direttore di Adapt University Press.

La disoccupazione tecnologica, una paura che viene da lontano

La confusione è grande sotto al cielo, a quanto pare, e il dibattito sulla fine del lavoro inizia da lontano e si ripete ciclicamente. Già all’imperatore Vespasiano la tecnologia preoccupava non poco, se è vero che impedì l’implementazione di un sistema meccanico avveniristico per il trasporto di grandi colonne sul Campidoglio per evitare che questo rubasse lavoro al popolo. Ma di “disoccupazione tecnologica” hanno parlato quasi tutti gli economisti classici a partire da David Ricardo passando per Karl Marx ed arrivando fino a John Maynard Keynes che nelle “Prospettive economiche per i nostri nipoti” prevedeva settimane lavorative di quindici ore. Oggi sono al lavoro non solo i nipoti, ma anche i bisnipoti di Keynes ed è difficile trovare qualcuno con settimane lavorative di così poche ore.

“Per ancora molte generazioni l’istinto del vecchio Adamo rimarrà così forte in noi che avremo bisogno di un qualche lavoro per essere soddisfatti. […] Ma oltre a ciò dovremo adoperarci a far parti accurate di questo “pane” affinché il poco lavoro che ancora rimane sia distribuito fra quanta più gente possibile.

Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo.”

(John Maynard Keynes, 1930)

Quindi non dovremmo preoccuparci? Si tratta solo di previsioni puntualmente smentite nel corso dei secoli e possiamo continuare ad occuparci delle nostre attività quotidiane fino a che pensione non ci separi? Non è proprio così. E basta guardare a cosa è accaduto negli ultimi due secoli per farci una idea di quello che, in misura molto più rapida e potenzialmente disruptive, potrebbe accadere.

Si stima che in Inghilterra nel 1400 il 58% dei lavoratori fosse occupato nell’agricoltura, il resto in attività di artigianato, nel clero, nell’esercito. Nel 1700 questa quota era scesa al 38% e nel 1800, in piena rivoluzione industriale al 31%. Duecento anni dopo, agli inizi del nuovo millennio, solo 1,5 lavoratori su 100 lavoravano nel settore agricolo. In sei secoli, un calo del 97,5%. Un cambiamento radicale, tanto che se avessimo prefigurato questo scenario ad un contadino inglese del quindicesimo secolo la sua reazione sarebbe stata probabilmente questa: nell’anno 2000 non lavoreremo più. Ed è questo uno degli aspetti che rendono più difficile parlare del futuro del lavoro, conosciamo i lavori che perderemo, non conosciamo quelli che potranno nascere. Sappiamo che lavori come l’addetto cassa o il centralinista con buona probabilità scompariranno nei prossimi anni, ma chi avrebbe previsto la nascita di decine di migliaia di social media manager o di oltre un milione di posti di lavoro creati nell’ultimo decennio dall’economia delle app?

Ma torniamo alla storia recente del lavoro, saltando qualche tappa. Se il primo grande flusso di lavoratori avvenne dall’agricoltura all’industria, il calo di quest’ultimi a favore dell’occupazione nei servizi, non è certo una novità. Abituati come siamo a collegare mentalmente il lavoro con la fabbrica, gli operai o il lavoro manuale, rischiamo di avere una visione molto parziale del mercato del lavoro di oggi e quindi di quello futuro. E così rischia di sfuggirci che negli Stati Uniti i lavoratori nell’industria sono in calo dal 1953, ben prima della comparsa dei robot; in Svezia dal 1961; in Giappone dal 1969; in Francia dal 1974 e in Italia dal 1980. Un fenomeno di lungo corso dunque, che ha nella tecnologia solo una delle sue ragioni, insieme alla delocalizzazione della produzione e ai cambiamenti nei processi produttivi che sono sempre più distribuiti globalmente e non racchiusi nei confini degli stati.

Lo stesso vale per i mercati ai quali si rivolgono. Il risultato è che oggi i lavoratori nell’industria (intesa come sola manifattura), che tanto ci fanno temere per la scomparsa del lavoro, sono il 7,9% del totale degli occupati degli Stati Uniti e sono pochi i paesi sviluppati in cui questa percentuale supera il 30%. Parallelamente la quota di lavoratori nei servizi è cresciuta sempre di più, raggiungendo l’80% negli USA e oltre il 70% nell’Unione Europea. Un processo che coinvolge peraltro anche i paesi del terzo e quarto mondo, in particolare dell’Africa sub-sahariana, che sempre più passano direttamente da una economia agricola a una dei servizi, che già oggi rappresenta il 58% del valore aggiunto.

Lavoratori per settore in Unione Europea

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Servizi

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Industria e manifattura

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Agricoltura

La trasformazione, anche radicale, del lavoro e dei lavori è quindi un processo vecchio come la storia dell’economia che ha avuto una forte accelerazione con la nascita dell’industria moderna e ne ha seguito lo sviluppo. Ma parlare del futuro del lavoro oggi non significa semplicemente dire che il lavoro cambierà, ma che cambierà molto più rapidamente e radicalmente di quanto è accaduto in passato.

La seconda età delle macchine

In principio fu Watson. Non il braccio destro di Sherlock Holmes, ma il super computer sviluppato dall’IBM che nel 2011 vinse contro diversi campioni del quiz televisivo Jeopardy. Lo fece utilizzando l’intelligenza artificiale e una capacità di apprendimento continuo ben superiore alle capacità di calcolo espresse dal suo antenato DeepBlue, che sconfisse nel 1996 Garry Kasparov in una memorabile partita a scacchi! Fu l’avvio di una nuova fase nella storia della tecnologia con l’intelligenza artificiale che era in grado, grazie alla capacità di rielaborare immense quantità di dati, di competere e battere l’intelligenza umana. Un momento che ha reso evidente l’ingresso nella seconda età delle macchine, in grado non più solo di essere più efficienti dell’uomo nel compiere azioni fisiche, ma anche intelligenti e cognitive. Tutte le previsioni più cupe sugli effetti della tecnologia sul lavoro nascono da qui.

Garry  Kasparov affronta il computer Deep Blue della IBM in una partita a scacchi nel 1996

In particolare è un articolo pubblicato nel 2013 da due studiosi dell’Università di Oxford a segnare uno spartiacque verso la rinnovata paura della scomparsa sul lavoro. Carl Benedikt Frey e Michael A. Osborne arrivano a calcolare quello che diventerà presto un dato centrale e richiamato largamente sui media: il 47% degli occupati americani sarebbe ad alto rischio di automazione. Questo come conseguenza dello sviluppo di due insiemi di tecnologie, il machine learning e la mobile robotics, proprio quelle tecnologie che rappresentano la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale della quale Watson era il capostipite. Si tratta in particolare della capacità dell’intelligenza artificiale di apprendere in modo autonomo, analizzando i dati, dai processi stessi nei quali è applicata. Pensiamo all’esempio della guida autonoma, nel quale il cervello che governa la macchina apprende dopo chilometri e chilometri il comportamento umano, o, più semplicemente, i cellulari che dopo alcune giornate di tragitto casa-lavoro sanno individuare dove sia localizzato il luogo di lavoro. E così, nelle loro previsioni, si trovano ad alto rischio di automazione non solo gli operai della catena di montaggio, ma anche lavoratori dei servizi, come vedremo.

Ma come si arriva a questa cifra, chiaramente spaventosa? Per farla facile, gli autori hanno preso le 702 tipologie di occupazione presenti nella classificazione del mercato del lavoro americano e hanno chiesto a un gruppo di esperti di tecnologia di valutare il livello di rischio dei singoli lavori a partire dalle potenzialità di machine learning e mobile robotics elaborando poi un algoritmo che ha portato alla famosa percentuale.

Ma la stima è ragionevole? Lo studio è stato criticato da più fonti, una tra tutte l’Ocse, che ci aiuta ad avere una immagine un po’ meno cupa di quello che ci aspetta. In uno studio del 2016, infatti, viene offerta una stima diversa e più variegata del rischio di automazione del lavoro nei paesi Ocse. Gli autori partono da un fatto semplice: se in un lavoro ci sono alcune mansioni che potranno essere svolte da robot o intelligenza artificiale, non è detto che quel lavoro scomparirà del tutto. Il principio è ragionevole – pensiamo solo a come è cambiata la giornata di un operaio metalmeccanico negli ultimi trent’anni – ma non rientra nella metodologia utilizzata dai ricercatori di Oxford. Questi infatti avrebbero, semplificando, confuso la parte con il tutto. Così, una segretaria che vedrebbe alcune sue mansioni automatizzate da un nuovo software viene considerata completamente spacciata.

L’Ocse, forte di questa critica, propone una stima diversa e divisa in due percentuali. Da un lato quella dei lavori che molto probabilmente scompariranno, perché più del 70% delle mansioni potranno essere automatizzate; dall’altro quelli particolarmente a rischio con un range tra il 50 e il 70% di mansioni che potranno essere automatizzate. E i numeri sono molto diversi dalla classifica di Oxford. In media, meno del 10% dei posti di lavoro nei paesi Ocse sarà vittima dell’automazione, mentre poco più del 20% è ad alto rischio. Questo scenario contribuisce a rendere meno preoccupante la situazione, ma allo stesso tempo ci dà la possibilità di mettere al centro il vero nodo del futuro del lavoro: solo in piccola parte il lavoro si crea e si distrugge, la maggior parte del lavoro si trasforma. Ma questo “principio di conservazione del lavoro” non è totalmente naturale, c’è bisogno che l’uomo lo accompagni. E il concime è quello della formazione, delle competenze, dell’aggiornamento professionale insieme al cambiamento e all’innovazione organizzativa all’interno delle imprese, il tutto condito con una continua azione di riforma delle norme e dei mercati del lavoro.

La qualità prima della quantità

Sono ormai numerosi gli studi che hanno mostrato come a fronte dell’introduzione di nuove tecnologie nei processi produttivi è possibile creare nuovi posti di lavoro o mantenere quelli già presenti solo se i lavoratori hanno le competenze necessarie per governare e lavorare insieme a queste tecnologie. Il caso più emblematico è quello del World Economic Forum, che in un report del 2016 prevedeva, entro il 2020, la perdita netta di 5 milioni di posti di lavoro (7 milioni distrutti contro 2 milioni creati) mentre solo due anni dopo, in un aggiornamento dello stesso report, le previsioni sono di 133 milioni di posti di lavoro creati entro il 2022 e di 75 milioni di posti distrutti. Ma tutto questo a patto che vengano messe in atto ampie azioni di formazione e riqualificazione dei lavoratori, stimate in media in 101 giorni di formazione per ogni lavoratore entro il 2022 con un picco di giorni necessari in Francia, Filippine e Singapore e il numero più basso (intorno ai 90 giorni) in Svizzera e Europa dell’Est.

“Conosciamo i lavori che perderemo, non conosciamo quelli che potranno nascere”

Questo sia nelle imprese manifatturiere – dove operai semplici possono governare macchine complesse se imparano non i principi teorici dell’informatica o della meccatronica, ma il loro funzionamento e le azioni che con esse possono svolgere – che nei servizi dove il supporto di software e sistemi informativi sarà sempre più diffuso. L’obiettivo è quello di portare i lavoratori a svolgere sempre più mansioni non automatizzabili, di tipo cognitivo e non routinario così che possano essere al centro della trasformazione digitale e non vittime.

Ma quali saranno i lavori che cresceranno di più? Sempre il World Economic Forum, in una previsione globale, stima l’emergere di data analyst, specialisti di intelligenza artificiale e machine learning, ma anche specialisti di sviluppo organizzativo e professionisti di vendite e marketing. Mentre diminuiranno impiegati addetti all’inserimento di dati, operai addetti a lavori di assemblaggio in fabbrica, addetti a lavori di segreteria e al servizio clienti. Numeri più precisi ci arrivano poi dal Bureau of Labor Statistics americano che nell’ultima proiezione al 2028 vede una crescita di 305mila lavoratori nel settore dell’assistenza sanitaria domestica e di 881mila nell’assistenza personale, oltre che 255mila nell’ambito dello sviluppo software. Un dato interessante perché suggerisce, come vedremo dopo, che la tecnologia sarà solo uno dei driver che spingeranno l’occupazione.

Sarà quindi il contenuto del lavoro stesso a cambiare, prima ancora che le imprese. D’altra parte, come richiamato sopra, ormai la maggior parte del valore aggiunto prodotto nel mondo, e quello che cresce più rapidamente, è generato da imprese che si occupano di servizi e non di manifattura. In un recente rapporto McKinsey sul futuro della globalizzazione, si mostra chiaramente come uno dei pochi settori economici cresciuto tra il 2007 e il 2017 sia proprio quello dei servizi informatici e in generale dei servizi knowledge intensive. Ma questa stessa distinzione è sempre più obsoleta visto che per molte imprese, che chiameremmo manifatturiere, la maggior parte del fatturato deriva dai servizi che queste offrono ai loro clienti, dall’aggiornamento costante dei software, dall’offerta di nuovi servizi di supporto come l’analisi dei dati prodotti dai macchinari venduti, insieme ad attività di consulenza di varia natura.

E così la forza lavoro muta, con meno lavoratori addetti al lavoro manuale e più lavoratori impegnati in attività intellettuali, nel rapporto con i clienti: in attività di progettazione, creazione e gestione di processi e prodotti, comunicazione, marketing e tanto altro ancora. La domanda globale cambia, il consumatore vuole sempre di più prodotti personalizzati, il nuovo paradigma di produzione vuole essere sempre di più quella mass customization che cozza con il paradigma fordista novecentesco. Prodotti personalizzati e prezzi tipici delle economie di scala, impensabile fino a poco tempo fa. Invece, la promessa della cosiddetta industria 4.0 è proprio quella di integrare processi produttivi e consumatori, teste e macchine intelligenti per arrivare a una quasi totale personalizzazione del prodotto senza che occorrano infinite linee di produzione per crearlo. Quasi un addio alla catena di montaggio, con la produzione che diventa sempre più sartoriale e sempre meno di massa.

Si aprono così nuove prospettive nell’integrazione globale delle catene del valore e si inizia a parlare, ormai da qualche anno, di reshoring, ossia del ritorno in patria di produzioni delocalizzate nei decenni passati. Questo perché proprio grazie alla tecnologia una buona parte del lavoro manuale nei settori più avanzati e nei prodotti personalizzati è fatta da automazione e da potenti algoritmi, mentre quello che serve sono le persone che si relazionino con i consumatori, che sviluppino idee, progetti. E il capitale umano necessario per queste attività si trova in quei luoghi dove operano università, centri di formazione e centri di ricerca. Chiaramente questo non significa che non siano necessari milioni di persone che, nei paesi meno sviluppati, non continuino ad occupare quei ganci più bassi delle catene del valore svolgendo lavori manuali senza alcun innalzamento del livello delle competenze.

“Sempre più i salari saranno determinati da quanto realmente si è prodotto in termini di valore aggiunto, idee, progetti”

Fin qui potrebbe sembrare tutto facile, ma non è affatto così. Prima di guardare alle criticità della transizione verso una economia digitale e alla situazione dei paesi occidentali, occorre aggiungere ulteriori elementi di complessità al quadro.

Il grande punto di domanda sul futuro riguarda la possibilità di automatizzare anche molte attività che oggi facciamo fatica ad immaginare svolte da robot e algoritmi. Il settore dei servizi e dei trasporti sarà probabilmente quello più impattato, con importanti conseguenze visto il numero di occupati, da due diverse dinamiche che saranno caratteristiche del futuro del lavoro. Da un lato aumenteranno le attività che le persone saranno chiamate a svolgere autonomamente a discapito di quelle figure che se ne occupavano per loro. A gennaio 2018, a Seattle, ha aperto il primo supermercato Amazon Go, dove è possibile fare la spesa e uscire senza passare dalla cassa; un sistema di geolocalizzazione capisce cosa avete comprato e un sistema di pagamento elettronico fa il resto. La stima nei soli supermercati della diffusione di modelli automatizzati è di 2.3 milioni di posti di lavoro in meno solo negli USA. La diffusione di queste tecnologie sarà tanto maggiore quanto più il negozio si rivolge ad un pubblico di massa vendendo grandi quantità di beni di livello medio-basso.

Milioni di posti di lavoro persi nel comparto dei supermercati USA

Dinamica questa che si declinerà anche in altri ambiti. Pensiamo solo all’utilizzo estrattivo dei dati prodotti dalle innumerevoli attività che ogni giorno svolgiamo con i nostri smartphone e che potranno (salvo nuove normative più restrittive) sostituire sempre di più  i processi di reperimento di informazioni cui si dedicavano lavoratori in carne ed ossa. Una seconda dinamica riguarda la sostituzione di attività non routinarie con l’intelligenza artificiale. Un esempio semplice è quello della guida autonoma che potrà avere un impatto enorme sul settore dei trasporti su gomma, che nei soli USA occupa circa 3,4 milioni di persone tra autisti di camion, taxi e bus. Camion a guida autonoma sono già realtà e diffusi per trasporti lungo brevi tratte, come ad esempio Volvo Vera che viene utilizzato nel porto svedese di Goteborg.

Si tratta al momento di ipotesi che la tecnologia sembra consentire in alcuni casi, ma che dovranno passare dal vaglio degli investimenti privati e pubblici, delle scelte dei consumatori e dalle potenziali conseguenze sociali che potrebbero generare. La strada non sarà così lineare come molti la dipingono. Infatti non basta che una tecnologia esista e che sia implementata affinché questa automaticamente venga adottata dalle imprese e le imprese la utilizzino per cancellare posti di lavoro.

Entrambi questi passaggi non sono affatto scontati. In primo luogo ci vuole molto tempo perché le tecnologie di cui tanto si parla abbiano applicazioni concrete in tutti i settori produttivi, sia tecnicamente che, soprattutto, dal punto di vista dei costi. Potrebbero volerci decenni perché le tecnologie cosiddette “4.0” si diffondano in modo capillare, e questo rallenterebbe di certo il processo di trasformazione del lavoro del quale stiamo discutendo. Ma c’è un altro elemento importante: non è detto che tutte le imprese scelgano di adottarle allo stesso modo di cui parlano i più pessimisti, ossia come strumento di riduzione del lavoro umano. Ci sono infatti, oltre a ragioni di natura puramente economica e numerica (aumento dei profitti, riduzione dei costi), ragioni di convenienza sociale e soprattutto reputazionale che fanno pensare che questo processo non sarà così rapido.

L’unità spazio-temporale che portava i lavoratori a lavorare entro un determinato orario e in un determinato luogo fisico, sarà sempre più ridotta

Ma parlare di qualità del lavoro significa anche parlare di come lavoreremo in futuro. Andiamo verso un lavoro nel quale l’unità spazio-temporale, che portava i lavoratori a lavorare entro un determinato orario e in un determinato luogo fisico, sarà sempre più ridotta. Non solo nei servizi e nei lavori impiegatizi, dove è più facile immaginare un lavoro ovunque e senza orari fissi, ma anche nella manifattura dove il controllo a distanza dei processi sarà sempre più diffuso. Forme di smartworking si diffonderanno quindi in tutti i settori produttivi e sarà sempre meno strana la presenza di lavoratori inseriti negli organici di una azienda basata nel paese X ma che lavorano a distanza nel paese Y, contribuendo così a costruire quei mercati del lavoro transnazionali di cui parleremo tra poco.

Tutto questo potrà condurre ad una delle più grandi rivoluzioni nel nostro modo di lavorare: il declino dell’ora-lavoro come parametro per determinare la retribuzione. Le possibilità della tecnologia, unite alla forte componente intellettuale del lavoro del futuro, faranno sì che i salari saranno sempre più determinati da quanto realmente si è prodotto in termini di valore aggiunto, idee, progetti piuttosto che la quantità di ore necessarie per realizzarli. Questo avrà effetti a catena sui contratti di lavoro, sull’importanza di individuare strumenti di valutazione delle prestazioni, fino ai rapporti tra sindacati e imprese che dovranno essere riscritti in un clima che potrà andare sempre più verso forme di contrattazione individuale.

Dopo tutto questo discorso, a cosa occorre guardare quindi per capire quali paesi hanno un mercato del lavoro in grado di sopravvivere meglio a questa ondata di trasformazione tecnologica? I fattori sono tanti e il primo al quale si guarda è quello relativo agli investimenti in intelligenza artificiale dei vari paesi, dato sul quale incidono fortemente la dimensione delle economie nazionali e le decisioni strategiche dei governi. Gli Stati Uniti sono il primo paese al mondo con quasi il 30% degli attori attivi in intelligenza artificiale, seguiti da Cina (23%), quindi India (4%). Scorporando il dato riguardante l’Unione Europea, è il Regno Unito a guidare il gruppo, seguito da Germania, Francia, Spagna e Italia.

L’investimento sull’intelligenza artificiale sarà sempre più strategico e terreno di scontro tra paesi in futuro. Nuovi algoritmi e loro applicazioni, nuovo prototipi di automazione intelligente, nuovi materiali intelligenti e altro ancora sono già oggi la nuova “corsa agli armamenti” con ricadute enormi sulle economie nazionali e sugli equilibri geopolitici. Pensiamo solo a cosa possa significare la sicurezza informatica e i suoi protocolli a fronte di pubbliche amministrazioni sempre più digitalizzate e delle cosiddette smart city. Sviluppare algoritmi in grado di violare questi sistemi avrebbe conseguenze enormi. Ma c’è un ulteriore dato particolarmente importante al quale spesso non si dà molta importanza: è la percentuale di lavoratori impegnati in attività routinarie e ripetitive, i primi ad essere spazzati via dall’automazione, come abbiamo detto. Esistono alcune stime che ci possono aiutare. Secondo uno studio pubblicato dall’Ocse, l’Italia, la Spagna, la Svezia e l’Irlanda sono i paesi con la quota maggiore (intorno al 30%) di lavoratori impegnati in attività high routine intensive, mentre i paesi con la quota minore sono Canada, Olanda, Germania e Danimarca. Se guardiamo invece ai paesi con la quota maggiore di lavoratori in attività non routinarie o poco routinarie troviamo sempre il Canada seguito dalla Corea del Sud, l’Olanda e l’Austria. A questo dato va chiaramente aggiunta la capacità di riqualificare i propri lavoratori attraverso percorsi formativi, ma possiamo immaginare che paesi come il Canada e l’Olanda avranno un forte vantaggio competitivo.

Il nodo dei working poors

Leggendo il racconto fatto fino ad ora, molti si saranno chiesti: ma dovremo diventare tutti super competenti? Che ne sarà di chi rimane indietro? La prima risposta è no, la seconda non la sappiamo. Molti osservatori negli ultimi anni hanno notato un fenomeno ormai dato per assodato: il mercato del lavoro si sta polarizzando e continuerà a polarizzarsi nei prossimi anni. Da una parte avremo le figure più qualificate, che possiedono un elevato livello di competenze tecniche e trasversali, che dialogano con la tecnologia, non la temono e anzi la utilizzano sempre di più nel loro lavoro. Dall’altra la fascia bassa del mercato che comprende tutte quelle attività che non possono ad oggi essere automatizzate ma che non richiedono elevate competenze tecniche.

Pensiamo alle occupazioni nei servizi alla persona, assistenza agli anziani, ai bambini, settori per i quali l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO) stima una crescita globale di occupati di 269 milioni tra il 2015 e il 2030. Aumenteranno gli addetti ai servizi di sicurezza, alle pulizie, alla ristorazione.

Si tratta di lavori che non scompariranno nel futuro prossimo e che anzi aumenteranno a causa dei cambiamenti demografici e a causa della tecnologia stessa. La sempre più ampia diffusione della tecnologia nel futuro, infatti, aumenterà la richiesta di tutte quelle figure umane di supporto che possano svolgere attività per essa fondamentali. La fascia centrale, composta dagli impiegati e operai – figure tipiche del Novecento -, si svuota lentamente perché composta da lavori che la nuova ondata di tecnologie riesce a sostituire. I due poli della polarizzazione si distanziano sempre di più e rischiano di trascinarsi dietro dinamiche di disuguaglianza salariale, e quindi socio-economica, che si ripercuotono anche sugli equilibri politici.

Questo perché i salari della fascia bassa non seguono l’andamento, pur basso, dell’inflazione in molti paesi e soprattutto diminuiscono in valore assoluto annuo in quanto diminuisce il numero di ore lavorate o, ancora più frequentemente, la durata temporale dei lavori è breve. Instabilità temporale e oscillazioni orarie generano l’aumento dei cosiddetti working poors o, come li definisce Eurostat, “in-poverty workers” ossia quei lavoratori che, pur avendo un lavoro appunto, non hanno un salario sufficiente a garantire un tenore di vita al di sopra della soglia di povertà. In Europa questi lavoratori sono il 9,4% del totale con picchi del 17,4% in Romania, del 13,1% in Spagna e del 12,2% in Italia.

Quello dei “lavoratori poveri” – dall’inglese working poors, espressione con cui si indicano coloro che sono sì impiegati, ma restano a rischio povertà – sarà molto probabilmente uno dei nodi principali che le economie occidentali dovranno affrontare nei prossimi anni, e con loro anche i paesi in via di sviluppo che entrano di schianto in una economia digitale che presenta le contraddizioni di cui stiamo parlando. Strumenti come il salario minimo, presenti in molti stati europei, possono risolvere solo parzialmente questo nodo perché intervengono solo dove la persona sta effettivamente lavorando. Ma se aumentano i contratti a poche ore settimanali, forme di lavoro in cui il confine tra lavoro regolare e lavoro irregolare è molto sottile, i lavori in cui molte delle attività richieste non sono contrattualizzate, il salario minimo potrebbe non essere risolutivo, come non lo è la presenza di buoni sistemi di contrattazione collettiva.

Da qui nasce il tema del reddito di base (Universal Basic Income) che è al centro del dibattito internazionale. Un reddito incondizionato, erogato dagli stati ai cittadini per il solo fatto di essere cittadini (residenti o domiciliati, a seconda delle ipotesi) e che si sommi all’eventuale reddito da lavoro. Uno strumento come questo, secondo i suoi promotori, aiuterebbe le persone a liberarsi dal vincolo del “lavoro povero” perché più liberi di accettare un lavoro soddisfacente e, così facendo, metterebbe in difficoltà chi offre lavori sottopagati o senza tutele. Inoltre, i sostenitori del reddito di base lo pongono come soluzione agli impatti negativi della tecnologia sul lavoro: se la tecnologia cancellerà posti di lavoro, sostengono, ci penserà il nuovo reddito universale a sostenere i consumi. D’altra parte, chi critica lo strumento lo fa principalmente accusandolo di essere da un lato utopico in quanto non sostenibile per i bilanci degli stati e, dall’altro, di essere un disincentivo al lavoro e un conseguente elemento di destabilizzazione dei sistemi economici. Se una buona fetta di popolazione non volesse più lavorare (o non avesse gli adeguati stimoli per farlo), in pratica, l’economia crollerebbe. Il dibattito è ancora tornato in auge negli ultimi anni e vedremo quali strumenti verranno messi in campo, al momento siamo ancora nel campo delle sperimentazioni nazionali (Finlandia) o territoriali (California, Alaska).

Un mercato del lavoro globale, e i suoi pericoli

Abbiamo parlato prima di manifattura e reshoring delle catene globali del valore. Queste non hanno solo un impatto sui sistemi di fornitura e subfornitura dei produttori di beni, ma riguardano sempre di più il mondo dei servizi e il suo mercato del lavoro. Da tempo si parla di gig economy, quell’economia dei “lavoretti” che spesso lavoretti non sono e che oggi si identifica con il mondo di Uber per i trasporti, o con la figura dei rider che ci consegnano il cibo a casa attraverso una app che ci permette di non passare dalla tradizionale telefonata al ristorante. Ma la gig economy è qualcosa di molto più vasto e complesso e riguarda in generale tutto il mondo, spesso sconosciuto, di attività che possono essere svolte online da qualsiasi luogo del mondo.

Ci sono sempre più piattaforme digitali alle quali è possibile iscriversi per offrire il proprio lavoro come freelance per svolgere attività di diverso tipo. Dalle più semplici che possono essere il click work del riconoscimento di immagini, per catalogarle – ad esempio – tra immagini felici o tristi (cosa che gli algoritmi non sono ancora bravi a fare), alle più complesse, come la creazione di codici o attività di grafica e design, passando per attività di assistenza personale. Secondo le ultime stime sarebbero oltre 70 milioni gli utenti nel mondo registrati a queste piattaforme e la Banca Mondiale stima tra i 15 e i 20 miliardi di dollari il loro giro d’affari entro il 2020. Si è parlato non a caso di un “mercato del lavoro planetario” perché gli impatti della diffusione di queste modalità di lavoro possono essere enormi, per diverse ragioni. La prima è che per le imprese è possibile rivolgersi ad un mercato del lavoro che non ha i limiti dei mercati territoriali o regionali, sia in termini normativi che salariali. Se infatti si intercetta una offerta di lavoro su scala globale, soprattutto per le attività più esecutive, è possibile abbassare i salari fino a raggiungere il livello del mercato del lavoro locale più economico a parità di competenze necessarie.

Spieghiamoci meglio: se cerco un lavoratore per mansioni di click work molto semplici ho bisogno soltanto che questi parli una lingua che io capisco (l’inglese solitamente) e che sappia fare quella mansione, e sicuramente saprà farla vista la sua semplicità. Posso allora evitare di cercare lavoratori con un salario tipico del mercato del lavoro americano, francese, inglese o tedesco e rivolgermi a lavoratori indiani, pakistani, o del sud est asiatico che avranno un costo molto più basso. Senza internet e senza piattaforme come UpWork, Amazon Mechanical Turk o TaskRabbit tutto questo era impossibile e l’imprese non potevano che cercare in un mercato del lavoro molto più ridotto che inevitabilmente giocava nello stesso campionato salariale.

Il CEO di  Amazon Jeff Bezos presenta “Fire”, il nuovo smartphone lanciato dalla piattaforma, in una conferenza stampa a Seattle nel 2014

I possibili impatti di tutto questo sui mercati del lavoro dei paesi con i salari più alti sono facili da intuire. Il numero di lavoratori che si pone in concorrenza con i lavoratori di questi mercati è infatti enorme, tanto da far schizzare in basso l’incrocio tra la curva della domanda e quella dell’offerta. Allo stesso tempo, questo consentirebbe a molti lavoratori di paesi poco sviluppati di entrare in contatto con catene del valore con le quali difficilmente avrebbero potuto rapportarsi senza il supporto della tecnologia. Questa dinamica di iper-globalizzazione del mercato del lavoro non incide però soltanto sui salari e sulla disgregazione dei nuclei dei mercati nazionali. Impatta anche sulla crisi del lavoro tradizionale che si fondava su equilibri di forza tra lavoratore e datore di lavoro, che in questi casi vengono così resi anonimi e impersonali. Il lavoratore non conosce il suo datore di lavoro, ma neanche le persone che gli forniscono ordini e direttive. Spesso e volentieri non sa neanche chi sia il committente che sta richiedendo la sua prestazione attraverso la piattaforma. Inoltre, l’anonimato comporta la difficoltà a creare organismi di rappresentanza sindacale tradizionali in questi settori economici, così che i lavoratori si trovano isolati nella rivendicazione dei propri diritti e delle proprie tutele. Nascono così nuove forme di azione sindacale che utilizzano le logiche stesse delle piattaforme come la tedesca Fair Crowd Work: un sito che permette ai lavoratori della gig economy di valutare le piattaforme così da fornire ad altri lavoratori un feedback su diversi aspetti.

Milioni

Utenti registrati alle piattaforme per freelancer

Miliardi

Giro d’affari in dollari entro il 2020

Ma il nuovo mercato del lavoro globale che l’economia digitale sta generando avrà anche importanti conseguenze nel ridefinire i rapporti economici e politici tra stati. L’evoluzione del sistema manifatturiero verso imprese che scambiano una quota crescente di servizi attraverso la rete concentrerà la ricchezza nei paesi nei quali i servizi vengono gestiti e progettati (e nelle loro sedi fiscali) estraendo ricchezza dai paesi che ne beneficiano. L’unità di luogo tra produzione e utilizzo di un servizio, già messa profondamente in crisi dall’esternalizzazione di molte funzioni delle imprese, sarà destinata a scomparire in molti settori, soprattutto quelli che necessitano unicamente di una infrastruttura virtuale.

Così i modelli di business (e le conseguenze fiscali) delle grandi imprese digitali saranno sempre più replicati dalle aziende venditrici di servizi in virtù di una interfaccia e di una infrastruttura che sarà sempre più digitale, anche in ambiti un tempo legati alla prossimità fisica, pensiamo all’assistenza legale, alla diagnostica medica, alla formazione su piattaforma ecc. Questo potrà incidere anche sui flussi migratori reali (e non solo quelli virtuali) che saranno ridefiniti da una doppia spinta. Da un lato la possibilità dei lavoratori dei paesi in via di sviluppo di entrare all’interno di nuove catene globali del valore attraverso il lavoro tramite queste piattaforme, ampliando la loro conoscenza, seppur in modo frammentato, di processi produttivi ad alto valore aggiunto. Questo potrebbe allo stesso tempo spingere verso nuove migrazioni alla ricerca di migliori opportunità di lavoro che si è avuto modo di conoscere in virtù delle connessioni possibili attraverso la rete. Dall’altro il reshoring di produzioni un tempo delocalizzate in questi paesi potrebbe indebolire il già fragile tessuto produttivo manifatturiero generando nuove migrazioni economiche da parte delle persone impegnate in attività a basso valore aggiunto. 

Ma potrà verificarsi anche una dinamica opposta, con un innalzamento degli standard di competenze e di vita da parte dei paesi in via di sviluppo che sapranno agganciarsi alle catene globali dei servizi ad alto valore aggiunto riducendo così la disponibilità dei lavoratori ad occuparsi in settori produttivi di basso livello. Tutto questo dipenderà da come e dove i paesi decideranno di concentrare gli investimenti, sia geograficamente che tecnologicamente, ma le conseguenze spiazzanti potrebbero essere dietro l’angolo.

“La distanza tra i percorsi formativi e la realtà del mercato del lavoro oggi non è più sostenibile, pena generare schiere di giovani in possesso di competenze inutili”

Robot saldano i componenti della nuova generazione di “Golf”, nella fabbrica della Volkswagen a Wolfsburg (2004)

Il nodo demografico

Uno spettro si aggira per i paesi occidentali e non è quello del comunismo, come avrebbe detto Marx, ma quello dell’invecchiamento della popolazione. Se l’età mediana della popolazione in Europa era di 28,9 anni nel 1950, 32,6 nel 1980 e 40,3 nel 2010, la previsione – secondo le Nazioni Unite – per il 2060 è di 47,3 anni, con molti paesi che superano ampiamente i 50 anni. Numeri diversi negli Stati Uniti dove si arriverà a 43,4 anni (comunque molto maggiore rispetto al passato) e in Giappone dove le previsioni sono di una età media di ben 55,1 anni.

Cosa c’entra tutto questo con il futuro del lavoro? C’entra moltissimo, forse ancora di più della tecnologia che pure, come abbiamo visto, è molto importante. Una popolazione che invecchia vuol dire lavoratori più anziani, più soggetti all’obsolescenza delle competenze, proprio quell’asset così importante nelle nuove dinamiche economiche dove si compete a partire dal capitale umano. Vuol dire anche meno giovani nel mercato del lavoro perché ci sono meno giovani in generale e quindi difficoltà nel gestire nuovi processi e necessità dei lavoratori più anziani di riqualificarsi, con tutte le complessità che la riqualificazione in età avanzata comporta (quando è possibile). Ma significa anche e soprattutto insostenibilità dei sistemi di welfare e di previdenza attualmente adottati nella maggior parte dei paesi occidentali e che si fondano sul fatto che i lavoratori di oggi pagano le pensioni ai pensionati di oggi, non di domani. Se arriveremo a un momento in cui i pensionati sono quasi quanto (se non di più) i lavoratori, il collasso sarà inevitabile. Il rischio concreto è che, lungi dal pensare che non ci sarà più lavoro a causa dei robot, non ci saranno abbastanza lavoratori a causa delle dinamiche demografiche. E il lavoro che ci sarà potrebbe risultare meno produttivo a causa delle condizioni dei lavoratori più anziani.

Prepararsi al futuro: che fare?

Occorre innescare un processo di riforme profondo e radicale che parta dal ripensamento dei percorsi e delle istituzioni formative fino al mercato del lavoro, oltre che dei sistemi di welfare e di integrazione e accoglienza. Sono riforme che non possono essere gestite in modo frammentato e che, soprattutto, devono essere allo stesso tempo solide ma flessibili, perché lo scenario tecnologico e internazionale non resterà immobile.

Il primo elemento a cui guardare è quello dell’istruzione, che deve cambiare il suo riferimento temporale tradizionale: non più attività propedeutica all’ingresso nel mercato del lavoro ma un sistema che accompagni la persona lungo tutta la carriera lavorativa, e anche oltre. La distanza tra l’istruzione e la realtà del mercato del lavoro oggi non è più sostenibile, perché rischia di generare schiere di giovani in possesso di competenze inutili. Per questo occorrerà sempre più, come hanno capito gli Stati Uniti (e ben prima di loro i paesi del centro e del nord Europa), su sistemi di apprendistato e di integrazione tra scuola e lavoro, che possono aiutare i giovani a costruire tutta quell’impalcatura di competenze trasversali necessarie per non essere superati dalla tecnologia. Allo stesso tempo sarà fondamentale investire molte risorse per innescare virtuosi processi di riqualificazione professionale (su questo fronte le tecnologie possono fare molto).

Il World Economic Forum ha presentato lo scorso anno una strategia per l’utilizzo dei big data per aiutare i lavoratori a individuare quali competenze aggiuntive servono per passare dal lavoro precedente a un lavoro futuro, magari migliore. Perché la transizione tra un posto di lavoro e un altro sarà sempre più costante e le competenze saranno la vera tutela; i paesi che sapranno investire in questo potranno mantenere costanti (o in crescita) i livelli di produttività delle proprie economie. Ma oltre a questo sarà necessario limitare i danni che la transizione genererà e quindi riformare i sistemi di welfare che ancora oggi si fondano su modelli novecenteschi.

Senza queste riforme il peso dei costi di assistenza sanitaria e previdenziale, a fronte inoltre dell’invecchiamento della popolazione, affosseranno i bilanci degli stati oltre a provocare una crescente instabilità politica generata dall’aumento delle disuguaglianze. Questo significa da un lato individuare nuove forme di integrazione tra sistemi di assistenza e previdenza pubblici e privati, dall’altro investire sull’invecchiamento attivo così che le persone più anziane, a fronte anche dell’aumento dell’aspettativa di vita, possano contribuire al sostegno delle finanze pubbliche con attività che siano per loro sostenibili. Ma probabilmente anche questo non sarà sufficiente e occorrerà mettere in atto politiche migratorie in grado di attirare quelle competenze necessarie per il funzionamento dei processi produttivi e che possano, allo stesso tempo, sostenere fiscalmente le spese degli stati. Anche in questo caso i paesi che sapranno progettare le politiche migratorie e di integrazione sulla base delle esigenze economiche future saranno quelli in grado di competere meglio nello scenario internazionale. In ultimo, il sistema di regole sarà fondamentale in un mercato del lavoro che diventa globale, paesi nei quali vige un diritto chiuso, complesso e difficilmente compatibile con quello degli altri stati saranno tagliati fuori o posti al margine del nuovo mercato.

Francesco Seghezzi

Francesco Seghezzi

Francesco Seghezzi è Presidente di Fondazione ADAPT e assegnista di ricerca presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Tra i suoi temi di ricerca l’analisi delle dinamiche occupazionali nel mercato del lavoro, con particolare attenzione alla fascia giovanile e al rapporto tra lavoro e innovazione tecnologica.
Le opinioni espresse sono strettamente personali e non riflettono necessariamente le posizioni dell’ISPI.
Redazione: Alberto Belladonna (ricerca), Gloria Colaianni (illustrazione e grafica), Elena Corradi (analisi dati), Giorgio Fruscione (editing), Nicola Missaglia (coordinamento e editing), Diana Orefice (grafica e impaginazione), Francesco Rocchetti (coordinamento e comunicazione), Anthea Valerani (video).
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